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L’atto d’amore di fare l’eutanasia ad un animale sofferente

L’atto d’amore di fare l’eutanasia ad un animale sofferente

Articolo a cura di Stefano Cattinelli - Medico veterinario (medicina integrata)

Molti affermano che fare l’eutanasia ad un animale sofferente sia un atto d’amore ed effettivamente anch’io, come veterinario, moltissime volte, ho sentito ribadire che praticare l’atto eutanasico sia l’unico gesto d’amore possibile in certi contesti.

A proposito della sofferenza e del dolore animale in questo articolo non voglio occuparmi del prezioso contributo offerto dalle cure palliative che si occupano, per l’appunto, di togliere il dolore e quindi di alleviare le sofferenze dell’animale.

Più interessante, per ora, è invece occuparci di questa apparentemente semplice frase e cioè che “fare l’eutanasia è un atto di amore”.

Fare l’eutanasia è un atto, un’azione, un movimento che qualcuno fa, in questo caso il veterinario, che nasce, fondamentalmente da una delega[1]: noi deleghiamo al professionista un gesto che tecnicamente non saremmo in grado di fare.

A monte, però, c’è sempre una nostra scelta.

Prima di trovare l’amore nel gesto dell’eutanasia conviene quindi definire meglio i ruoli degli “attori” presenti in questa scena altrimenti si rischia di fare solamente delle riflessioni generiche che rischiano di non tenere conto della realtà oggettiva.

C’è quindi la persona che quotidianamente, per moltissimi anni, ha vissuto l’esperienza dell’amore nella relazione con il suo animale e poi c’è il professionista che compie materialmente l’atto eutanasico.

L’animale è colui il quale riceve, in quel gesto, l’amore che abbiamo per lui, o lei.

L’amore quindi, attraverso l’eutanasia, passa dalla persona che decide di praticarla, al veterinario che la compie per arrivare all’animale che la riceve.

Questi sono i passaggi reali che ci permettono di riflettere sull’amore presente nell’atto eutanasico.

La frase: l’eutanasia è un atto di amore, non appartiene dunque al veterinario che la pratica ma alla persona che sceglie perché l’origine di tale scelta coincide sempre e comunque con la persona che sceglie di affidare al veterinario il compito di praticarla.

Quella frase, dunque, riguarda solo noi e il nostro amore nei confronti di quell’animale.

Il veterinario è solo un mezzo attraverso il quale si materializza una nostra scelta.

Allora penso sia importante riflettere sull’amore che fluisce da noi all’animale passando attraverso il medico veterinario.

Lavorando con le Costellazioni Sistemico Familiari ho imparato che l’amore può essere declinato in due sfumature.

Un amore che è esclusivo e un amore che invece è inclusivo.

Un amore cioè che esclude l’altro e un amore che include l’altro.

Due sfumature dell’amore che ci portano innanzi due modi di relazionarci con chi ci sta a cuore che sono completamente diversi l’uno dall’altro.

Un amore che esclude l’altro significa che l’altro viene allontanato da noi.

Per amore lo allontaniamo, per amore creiamo una barriera tra noi e lui; mettiamo tra noi e lui una separazione.

L’esclusione comporta un gesto che aumenta la distanza tra i due protagonisti; l’esclusione è di fatto una sorta di repulsione, un’avversione: ci deve essere realmente un certo spazio tra noi e lui.

Nell’amore che esclude abbiamo bisogno di mettere qualcuno che fisicamente sancisca tale separazione e il medico veterinario, in questo tipo di amore, assume il ruolo di colui che materializza questa esclusione.

L’estremizzazione di tale gesto si vede quando il veterinario allontana le persone dalla sala ambulatoriale dove si pratica l’eutanasia o al telefono dice alla persona che ha ricoverato il suo animale presso quella struttura: ci pensiamo noi.

Dall’altra parte invece troviamo l’altra qualità dell’amore quella cioè che include, che porta a sé, che avvicina, che integra, dove la persona è presente con tutto sé stessa nel momento in cui l’animale se ne va spontaneamente.

In questa qualità, tra noi e il nostro animale, non abbiamo bisogno di nessuno che stia in mezzo, di nessuno che crei barriere o separazioni; ci siamo solo noi, magari con i membri della nostra famiglia, e il nostro animale.

Tutti insieme stiamo chiudendo un ciclo esistenziale.

Continuando a riflettere su questa polarità dell’amore potremmo descriverla anche come simpatia e antipatia.

Il termine simpatia deriva dal greco συμπάϑεια (sympátheia) composto da σύν (syn) ossia “con” e πάϑος (pathos), ‘sensazione, emozione’. Simpatico, simpatetico, empatico: quanta sovrabbondanza per esprimere, in fondo, lo stesso concetto. Oggi si può “stare simpatici” a qualcuno, ma un tempo si aveva simpatia con qualcuno: la simpatia per sua natura è una condizione di reciprocità, un legame, una sensazione di essere un tutt’uno con l’altro.

Al contrario l’antipatia – dal greco ἀντιπάϑεια, (antipatheia) composto di ἀντί (anti) ossia “contro” e πάϑος (pathos) ovvero “passione, sentimento” – è il sentimento opposto.

“L’antipatia è come un’amicizia a rovescio” diceva Marguerite Yourcenar nel suo libro “Archivi del Nord”; molto semplice.

L’eutanasia è un atto di amore; si ma quale amore, quello che separa o quello che unisce?

Nell’amore che separa l’altro non c’è più, non lo vedo, sparisce e quindi cosa rimane di questo amore se l’amato viene allontanato?

Nella forzata separazione dell’amato l’amore non può più fluire, si interrompe perché non può arrivare a destinazione.

Quindi potremmo meglio dire: l’eutanasìa è un atto di amore… per noi stessi perché l’amore che non può fluire rimane a noi; e come se invece di farlo fluire lo fermassimo per trattenerlo.

Al contrario, accompagnare l’animale fino alla fine, con le cure palliative dandogli la possibilità di morire spontaneamente quando e dove si sente di farlo, che è l’opposto di fare l’eutanasia, giocoforza appartiene all’amore inclusivo.

La sua morte, come atto naturale e quindi non provocato artificiosamente, ci permette di includerlo nella nostra vita fino a che lui lo desidera; fino a quando il suo corpo glielo permette; fino a quando è giusto che sia.

Non si è favorevoli o contrari all’eutanasia ma si sceglie semplicemente di sperimentare una o l’altra qualità dell’amore.

Ognuno sceglierà poi in base alla sua coscienza la qualità dell’amore che vorrà sperimentare con il suo animale fino alla fine.

Dott. Stefano Cattinelli

 


[1] Per approfondire il tema della delega si rimanda il lettore all’articolo: L’elaborazione del lutto inizia quando l’animale invecchia.

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