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Capire l’animale in un contesto di accompagnamento empatico alla fine della vita.

Capire l’animale in un contesto di accompagnamento empatico alla fine della vita.

Articolo a cura di Stefano Cattinelli - Medico veterinario (medicina integrata)

Mi è capitato molte volte, nel confrontarmi con le persone che avevano praticato l’eutanasia ai loro animali, di sentire la frase: “(l’animale) mi ha fatto capire che era ora (di fare la puntura)”.

Non posso non notare che tali testimonianze vanno drammaticamente a scontrarsi con la mia esperienza diretta, quasi quotidiana, di più di vent’anni a fianco degli animali morenti.

Personalmente non ho mai vissuto l’esperienza che un animale mi chieda di essere soppresso o che mi faccia capire che questo è il suo desiderio.

Nonostante ciò penso sia giusto riflettere su questa affermazione in quanto rappresenta un fondamentale punto di svolta all’interno della relazione che ognuno ha con i propri animali.

Possiamo partire quindi da una domanda: l’animale sa cos’è l’eutanasia?

Ha gli strumenti per capire, concettualmente, questo tipo di proposta?

Riesce a immaginare quello che gli capiterà?

Mmhh… direi di no.

Non penso che l’animale abbia gli strumenti intellettuali, conoscitivi, cerebrali, o come vogliamo chiamarli, per capire il senso di quello che gli stiamo proponendo.

Se fosse così avremmo con lui un altro tipo di relazione; avremmo piuttosto un rapporto che si basa sulla percezione di un futuro che è condiviso, di azioni che vengono programmate e che originano da una reale compartecipazione della progettualità.

Non mi risulta che l’animale partecipi attivamente ad una nostra necessità, ad esempio, di cambiare macchina, che la sceglie insieme a noi.

Che lui sia parte della nostra progettualità, questo sì, nel senso che la scelta della nuova macchina dovrà tenere conto anche di lui, ma che lui ci faccia capire che preferisce una macchina elettrica piuttosto che una diesel o una ibrida… questo non mi è ancora mai capitato.

Oppure che ci fa capire che è meglio che paghiamo quella bolletta scaduta altrimenti rischiamo di rimanere senza riscaldamento, neppure questo mi è mai capitato.

Dobbiamo quindi distinguere tra quello che lui comunica e quello che noi interpretiamo come suoi messaggi.

È un dato oggettivo che la nostra coscienza può accogliere solo quello che conosce.

Un membro di una tribù che vive separato dalla civiltà non riesce a capire cos’è un cellulare o un computer perché non l’ha mai visto né tantomeno usato.

Il concetto di telefono, che serve a comunicare con altre persone che sono distanti, non è presente nella sua coscienza e quindi, il concetto stesso, per lui proprio non esiste.

Possiamo allora dire che noi possiamo capire quello che l’animale ci dice solo se nella nostra coscienza sono presenti una gamma piuttosto ampia di concetti in grado di accogliere la sua richiesta.

È plausibile quindi pensare che invece di chiederci l’eutanasia ci chieda piuttosto di portare a compimento il percorso di guarigione innescato dal suo arrivo nella nostra vita?

Se nella nostra coscienza la fine della nostra relazione con lui, il momento cioè in cui lui muore, è sempre e solo collegato all’eutanasia, sicuramente la sua richiesta non potrà fare altro che suscitare in noi una tale risposta.

Ma se noi pensiamo che la relazione che abbiamo creato con lui, a partire dalla scelta che abbiamo fatto di renderlo partecipe di tutto quello che ci accade nella nostra quotidianità, è stata creata e costruita a partire dalla necessità di trasformare la nostra vita ecco che la faccenda assume subito un’altra connotazione.

Il messaggio che l’animale ci manda è lo stesso (sono stanco… non ne posso più) ma cambia totalmente a seconda di chi lo riceve.

Infatti inserendo i messaggi dell’animale in contesti molto più ampi rispetto alla sola eutanasia, paradossalmente, abbiamo non solo maggiore possibilità di movimento ma anche maggiore voce in capitolo su come finirà questa esperienza.

È davvero importante non confondere il suo dolore con il nostro perché altrimenti si rischia di mal interpretare quello che ci comunica in tali contesti; ed è davvero un peccato perché la fine della relazione accade una volta sola.

Dott. Stefano Cattinelli

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