Protocolli o creatività?

Cosa cerca il veterinario nella sua quotidianità professionale?
Cerca qualcosa che lo tolga dalla routine, qualcosa che possa rendere quella giornata diversa dalle altre: un caso che non ha mai visto, una malattia rara, una patologia difficile da diagnosticare, una nuova sfida chirurgica.
La monotonia delle vaccinazioni, la ripetitività dei casi già visti, la piattezza della chirurgia di massa, i protocolli terapeutici, la pressione burocratica e le incombenze amministrative hanno sempre più appiattito e livellato il mestiere del veterinario.
Un lavoro che nell’immaginario collettivo ha sempre assunto una connotazione nobile, altruistica e perfino, a volte, eroica, e comunque sempre di grande valore morale, è stato definitivamente seppellito da un tipo di approccio che tende, per sua natura, a rendere ogni animale uguale all’altro.
Ultimamente, nei referti che le persone mi allegano alle mail per chiedermi un appuntamento per una consulenza on line, mi capita sempre più spesso di vedere, nelle anamnesi raccolte da altri colleghi, che il nome dell’animale è definitivamente scomparso.
C’è il nome e il cognome della persona, a volte anche l’indirizzo, ma poi, per identificare l’animale, al posto del nome dell’animale c’è solo un numero.
Nella percezione del veterinario l’animale reale, quello che sta dedicando la sua vita a quella persona o a quel nucleo famigliare, è stato sostituito da una sua riproduzione artificiale fatta di un insieme di dati clinici che, nell’insieme, costruiscono la sua cartella clinica.
La cartella clinica non corrisponde più ad un’animale reale, un essere in carne e ossa che, attraverso la sua dimensione emozionale, crea ogni giorno una relazione con un essere umano basata sull’amore e sulla complicità.
L’animale che perde la sua identità effettiva, nella coscienza del veterinario, si trasforma in un “caso”; un caso che, fra tanti altri casi, riempie la sua giornata lavorativa.
Tale separazione viene percepita, sempre più spesso, anche dai nostri clienti, da coloro i quali, portando i loro animali in visita da noi, ci permettono oggettivamente di pagare il mutuo della casa o dell’ambulatorio, di comprarci da mangiare e di andare in vacanza.
L’astrazione dell’animale, che viene letteralmente tirato fuori dalla sua dimensione reale, e la sua successiva trasformazione in un caso rende di fatto la nostra professione simile a molti altre in quanto, in fondo, ci caliamo nei panni di un tecnico, una specie di operaio specializzato che si occupa di aggiustare il macchinario che si è rotto.
Se da una parte l’approccio scientifico determina, nella coscienza del veterinario, un certo distacco dalla realtà dall’altro la sua dimensione più intima anela a riconquistare quell’aspetto creativo che vuole emanciparsi dai protocolli e dagli schemi preconfezionati per esplorare l’unicità di un guasto che non ha mai visto.
D’altronde la medicina, nella sua accezione originaria di arte medica, porta con sé una dimensione individualmente artistica, originale, intuitiva che può prendere forma solo a patto che, di fronte all’artista, si palesi una certa originalità, una realtà diversa da tutte le altre che gli permetta di far riaccendere in lui l’entusiasmo per una creazione unica.
Diverso è se la percezione del veterinario, invece di stringersi sul pezzo rotto e astrarlo dalla realtà, si allarga per accogliere la complessità dell’esperienza animale inserita in un contesto umano.
Ecco che allora emerge subito una dimensione estremamente più ricca di un insieme di cellule che non funzionano. Inglobando nella percezione non solo le cellule, i tessuti o gli organi “difettati” ma anche l’aspetto emozionale dell’animale e anche la dimensione relazionale che l’animale ha creato con il proprio umano di riferimento, in maniera del tutto spontanea, ci si accorge che non occorre aspettare il caso unico ed originale per rendere diversa quella giornata o per alimentare la propria creatività.
L’attesa del caso che rompe la monotonia lavorativa cessa completamente di esistere dal momento in cui si riconosce che ogni animale è un mondo a sé e che per interagire con la complessità di questo mondo, in ogni momento, è sempre richiesto al professionista di interagire con creatività e presenza.
Tutto dipende da come il medico veterinario percepisce il suo paziente e quindi da come percepisce la realtà in generale.
Dott. Stefano Cattinelli