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Diagnosi o iperdiagnosi

Diagnosi o iperdiagnosi

Articolo a cura di Maria Cuteri - Consulente nella relazione uomo animale, Medico veterinario (medicina integrata)

Diagnosi o iperdiagnosi

 

Mentre passeggiavo nel bosco e pensavo a come poter introdurre questo argomento, mi sono accorta che non avevo considerato il percorso più logico. Mi sono detta, ma che significato ha la parola diagnosi?

Sedendomi davanti al pc, prendo il telefono e cerco in internet. Chiaramente ce ne sono molti, allora mi sono detta:” partiamo dal suo significato etimologico”. La parola diagnosi ha origine greca e vuol dire riconoscere attraverso. In campo medico si trasforma in “giudizio clinico che consiste nel riconoscere una condizione presente (morbosa) nel paziente” in base all’esame clinico del malato e alle ricerche di laboratorio e strumentali. Quindi, il compito del medico è quello di valutare lo stato fisico del paziente attraverso una visita clinica ed eventualmente altre valutazioni strumentali. Fin dall’inizio della mia professione, ho cominciato a sentire che vi erano una serie di incongruenze tra gli insegnamenti universitari e la vita ambulatoriale. Tutto il percorso di studi ci avrebbe dovuto portare ad effettuare una diagnosi, quindi, il nostro compito era quello di dare un nome alla malattia che affliggeva il paziente. Nel momento in cui avevamo fatto ciò, era come se avessimo svolto la maggior parte del compito. Personalmente mi rendevo conto che mi aspettavo una conferma della mia diagnosi da parte degli esami che avevo prescritto. Se ciò accadeva andava tutto bene, nel caso non fosse stato così semplice, cominciavo a pensare come poter confermare il mio sospetto. Chiaramente, qui la mia strada iniziava a prendere un’altra direzione. Ma se fossi rimasta all’interno di una visione convenzionale sarebbe stato naturale continuare ad indagare fino all’ottenimento di un nome, ed eventualmente un cognome, della malattia che affliggeva il mio paziente. Con il passare degli anni, continuavo a ricevere pazienti con cartelle cliniche sempre più voluminose. Ma nonostante i tanti esami a cui si sottoponevano i malati, non sempre si giungeva ad una diagnosi. Spesso, capitava che il nome del sintomo veniva usato per definire unicamente la malattia, quindi non una vera e propria diagnosi ma semplicemente una nomenclatura clinica (esempio: enterite, dermatite ecc. ecc.). Sono nate poi una serie di definizioni di patologie dai nomi sempre più lunghi, complessi ed anche poco chiari. Ciò creava sempre più una certa confusione mentale, nonostante questa grande varietà di definizioni e patogenesi ecc. ecc… le terapie restavano quasi esclusivamente sintomatiche. Da ciò mi appariva sempre più chiaro che, spesso non solo non si capiva da dove nasceva il problema fisico, ma soprattutto non si aveva a disposizione dei farmaci specifici. Quindi cosa vedevamo tutti i giorni nei nostri ambulatori? Animali malati, senza una reale diagnosi e di conseguenza senza una specifica terapia. Ad oggi con quasi trent’anni di esperienza sul campo, sostengo, con sempre più convinzione, che il ruolo di ogni medico è semplicemente quello di creare tutte le condizioni ideali affinché avvenga quella che viene definita autoguarigione. Noi sanitari non abbiamo la competenza di guarire assolutamente nessuno, il nostro intervento, qualsiasi esso sia, resta solo quello di migliorare e stimolare le capacità di guarigione insite in ogni organismo vivente. Allora, se il nostro ruolo è questo, e ne siamo tutti consapevoli, perché proporre e spingere eventuali esami indaginosi e alcune volte anche invasivi? E’ chiaro che questo approccio serve solo a giustificare il nostro intervento medico, perché poi tutto, in realtà, spesso e volentieri, non è assolutamente necessario né al fine della cura né, di conseguenza, della guarigione. Con ciò non voglio assolutamente denigrare i passi avanti che la medicina, attraverso gli strumenti diagnostici di ultima tecnologia, ha ottenuto. Per fortuna in questo momento specifico, grazie ad interventi che solo poche decine di anni fa non potevamo nemmeno immaginare, sono tanti gli interventi che possiamo effettuare per salvare la vita dei nostri pazienti. Credo però che dobbiamo stare ben attenti a non farci prendere dalla frenesia diagnostica a tutti i costi. Quindi, dobbiamo fare attenzione ad evitare le iper o sovra-diagnosi.

Per iper-diagnosi intendo tutte quelle valutazioni strumentali che vengono utilizzate non proprio per capire quale sia la causa di una malattia ma più spesso per creare una sorta di sicurezza nel sanitario e, di conseguenza, nel cliente/paziente, considerando che il medico potrebbe essere colpevolizzato di non avere effettuato una diagnosi. Un altro tasto delicato sono tutte le forme di sovra-diagnosi, definite anche medicina preventiva, che, invece, potrebbero fare scoprire al medico una eventuale patologia ancora in stato latente. Spesso, tutte queste sfumature di tipologie di diagnosi non fanno altro che creare caos e confusione e portare il malato ad avere paura e quindi a manifestarla nel suo corpo sotto forma di disagio fisico. Con ciò non voglio screditare la tecnologia che fino ad oggi ci è venuta incontro e ci permette di entrare nell’organismo e analizzarlo nei minimi dettagli. Il problema subentra quando, come medici, non riusciamo più a sentire e valutare con le nostre capacità di arte medica. Ciò ci porta inevitabilmente a fidarci di più di una macchina che di noi stessi. Credo, che in questo momento, quello che sta palesandosi davanti a noi è una sorta di sfiducia verso noi stessi e allora cerchiamo nella tecnologia (creata da noi) una sorta di certezza che ahimè in medicina non può esistere. I medici, che si occupano anche di medicina non convenzionale, oltre a poter usare degli esami strumentali, sanno assolutamente bene che la valutazione dello stato di salute di un individuo va ben oltre agli esami a cui è stato sottoposto. Per giungere alla fine di questa visione credo che sia assolutamente necessario che il medico si riappropri delle sue capacità di valutazione clinica prima ancora di cercare conferme al di fuori di sé. Anche solo visitare un animale, toccarlo, guardarlo ed annusarlo può darci innumerevoli indicazioni se non addirittura la diagnosi che tanto cerchiamo fuori di noi.

 

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