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Pianta antica, terapia moderna: è possibile l’utilizzo dei derivati della Cannabis in Medicina Veterinaria?

Articolo a cura di Monica Premoli, Medico Veterinario

La canapa è una pianta diffusa in tutto il mondo, coltivata da migliaia di anni e nei secoli è stata utilizzata sia per scopi utilitaristici che medici e “ricreativi".

Il suo fitocomplesso, molto ricco e variegato, contiene notoriamente principi attivi ad azione psicotropa che hanno condizionato l’uso e le sorti di questa pianta nel tempo. Il declino della coltivazione della canapa, negli Stati Uniti prima, ed in seguito anche in Europa, è stato in gran parte innescato e quindi conseguente ad una campagna denigratoria, messa sistematicamente in atto nei confronti di questa pianta. A partire dagli anni ’30 viene creato intorno ad essa, un alone di pericolosità e di illegalità, soprattutto ad opera di grandi società americane ed internazionali. I magnati dell’industria della carta e della chimica (Hearst e Dupont) che sentivano minacciati i propri interessi, riuscirono in U.S.A. nel 1937 a far emanare una legge per bloccare la coltivazione non solo della varietà psicoattiva, ma anche la varietà coltivata a scopo esclusivamente industriale. A questa pianta viene gradualmente e subdolamente associata un’impronta di illegalità, anche cambiandole il nome e poiché gli Stati Uniti consideravano in quel tempo il Messico come nemico di confine, alla Cannabis (la pianta nel suo insieme), viene dato il nome di Marijuana, (termine messicano per indicare le infiorescenze). 

Ma consideriamo ora questo efficacissimo farmaco fitoterapico e la sua possibilità di utilizzo in ambito veterinario. Come dice il neurofarmacologo dr Livio Luongo, che coordina uno dei principali gruppi di ricerca in Italia, la cannabis sativa è una “officina molecolare” che contiene una grande quantità di composti di interesse medico. A tutt’oggi sono stati identificati circa 70 fitocannabinoidi (gli ultimi quattro a dicembre 2019 proprio dal gruppo italiano), 140 terpeni, 23 flavonoidi, ed in più acidi grassi, composti azotati e moltissime altre sostanze. Perché queste molecole sono così efficaci quando entrano in contatto con l’organismo animale? La risposta è semplice: perché nell’organismo dei mammiferi è presente il sistema endocannabinoide. Sebbene non siano ancora stati compresi tutti i suoi processi, sappiamo che nell’uomo e in tutti i mammiferi, sono presenti milioni di recettori che esistono per essere modulati ed interagire con molecole prodotte dall’organismo stesso e che avviano processi fisiologici diversi. Consideriamo i due principali recettori: i CB1-Distribuiti in tutto il corpo umano e animale (connettivo, fegato muscoli,utero..) ma maggiormente rappresentati nel cervello e midollo spinale. Si concentrano principalmente nelle aree associate ai comportamenti da loro stessi innescati, come nell'ipotalamo, coinvolto nella regolazione dell'appetito, e nell'amigdala, che svolge un importante ruolo nei processi mnemonici ed emotivi. Possiamo trovare i recettori CB1 anche nelle terminazioni nervose, dove agiscono modulando il dolore. I CB2 -Sono concentrati nelle cellule del sistema immunitario e del sistema nervoso periferico, quando vengono attivati, agiscono riducendo le infiammazioni ed è ormai ampiamente riconosciuto il loro ruolo nelle risposte immunitarie e nel controllo del dolore neuropatico. Su questi recettori del sistema endocannabinoide, agiscono sia sostanze modulatrici prodotte dall’organismo stesso (endocannabinoidi) sia sostanze esterne (cannabinoidi) come quelli presenti ad esempio nella Cannabis o in altre piante. I due principali endocannabinoidi sono rappresentati dalla anandamide- (AEA, N-arachidonoiletanolammide) e dal 2-AG (2-arachidonoil glicerolo) mentre i due principali cannabinoidi presenti nella Cannabis sono il CBD o cannabidiolo ed il THC o tetraidrocannabinolo. Il CBD non è psicoattivo, ha effetti analgesici ed è un ottimo ansiolitico e antidepressivo; riduce nausea e vomito e l’attività convulsiva. Agisce sui disturbi nervosi, gli stati infiammatori, le malattie neurodegenerative ed è in grado di modulare l’azione del THC prolungandone gli effetti terapeutici e limitandone quelli collaterali. Il THC è psicoattivo (ma non solo!) e agisce positivamente su dolore cronico, nausea, appetito, asma e glaucoma, oltre che attività sulle cellule cancerose. Ha importanti effetti sinergici quando viene assunto insieme al CBD. A differenza degli endocannabinoidi, i cannabinoidi esogeni, come quelli presenti nelle piante di Cannabis, possono rimanere attivi nell’organismo molto più a lungo e ciò fa comprendere la loro efficacia terapeutica nell’uomo e negli animali.

Ma in quale forma possiamo utilizzare la Cannabis ed i suoi derivati nella cura dei nostri animali? In commercio esistono diverse formulazioni alcune delle quali di libera vendita altre reperibili esclusivamente in farmacia, in quanto appartenenti alla categoria delle sostanze “psicoattive” che soggiacciono a particolari regole prescrittive. In ambito umano sono possibili diverse modalità di assunzione, alcune delle quali impossibili o difficoltose in campo veterinario, ma si continua ad approfondire l’azione dei principi attivi e si studiano sempre nuove e migliori soluzioni da proporre. L’efficacia dei fitocannabinoidi in ambito veterinario è in continua sperimentazione e sviluppo ed è ampiamente comprovata per molte patologie, dolore ed infiammazione in primis ma anche patologie degenerative osteoarticolari, malattie neurologiche, nevriti, deficit.cognitivi, disturbi comportamentali, ansia, epilessia, diabete, patologie cutanee, malattie autoimmuni. Esulando volutamente dai farmaci industriali contenenti composti della cannabis, possiamo dire che allo stato attuale, i prodotti maggiormente utilizzati per gli animali, sono formulazioni in forma di olio, da assumere per via orale. In libera vendita (farmacia, e-commerce, erboristeria, grow-shop), si trova quello che viene comunemente definito CBD oil il cui componente principale è il cannabidiolo (CBD) e nel quale il cannabinoide psicoattivo THC può essere presente ma per legge, rigorosamente al di sotto dello 0,2%. Questo CBD oil viene prevalentemente prodotto a partire dalla cosiddetta “Cannabis Light” (ma non solo) la cui coltivazione è stata normata dalla Legge 242 del dicembre 2016. I CBD oil da preferire devono essere “full spectrum” cioè devono contenere tutte le molecole che costituiscono il fitocomplesso oltre che essere correlati da una scheda tecnica analitica che ne attesti la composizione e l’assenza di composti nocivi di qualsiasi tipo. Di altro tipo sono le prescrizioni a base di Cannabis terapeutica che sono normate da leggi (Di Bella 94/95 e DM 9/11/2015) e devono essere prescritte dal medico veterinario, possibilmente conoscitore di questa pianta e del suo utilizzo, attraverso una ricetta magistrale galenica non ripetibile. Con questa ricetta il veterinario chiede al farmacista di preparare il prodotto (fondamentalmente un oleolita o una resina) partendo dalle varietà di cannabis disponibili che presentano entrambi i principi attivi CBD e THC quest’ultimo in percentuali ben superiori rispetto allo 0, 2% della cosiddetta “Canapa Light”. Per ciò che riguarda invece la modalità di somministrazione e la posologia di questi derivati della Cannabis è indispensabile il consiglio del veterinario curante ancor di più se si utilizzano i prodotti in autoprescrizione. In linea generale bisogna tener presente che il sistema endocannabinoide dei nostri animali risponde in maniera squisitamente individuale e si adatta gradualmente per cui il risultato non sarà immediato e sarà anche necessario adattare la posologia passo dopo passo fino ad individuare la dose precisa per il singolo soggetto e per quella precisa patologia.


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